hand.cannot.erase.

Questo progetto inizia da una presenza ancora integra…

This project begins with a presence that is still intact…

Questo progetto prende avvio da una storia reale: quella di Joyce Carol Vincent, trovata senza vita nel proprio appartamento a Londra a distanza di anni dalla sua morte. La particolarità della sua vicenda risiede nel fatto che non viveva ai margini: aveva amici, relazioni, una famiglia, un passato condiviso con altre persone. Nonostante questo, la sua assenza non venne notata.
La sua storia non è qui raccontata né ricostruita, ma assunta come punto di partenza per riflettere sull’invisibilità sociale come processo graduale, possibile anche all’interno di una rete di rapporti apparentemente attiva.
Un secondo riferimento è la musica, in particolare l’album Hand. Cannot. Erase. di Steven Wilson, che rielabora quella stessa vicenda in forma intima e soggettiva. Il lavoro fotografico entra in dialogo con questa dimensione emotiva, assumendone il ritmo lento e la struttura frammentata.
La serie non intende illustrare né la cronaca né la musica, ma tradurre visivamente una condizione condivisa: la dispersione progressiva dell’identità e la persistenza di tracce al posto della presenza.
This project originates from a real story: that of Joyce Carol Vincent, who was found dead in her London apartment several years after her death. What makes her case particularly striking is that she was not socially isolated in an obvious way: she had friends, relationships, and a family. Despite this, her absence went unnoticed.
Her story is not directly narrated or reconstructed here. Instead, it serves as a starting point to reflect on social invisibility as a gradual process — one that can occur even within an apparently active network of relationships.
A second key reference is music, specifically Steven Wilson’s album Hand. Cannot. Erase., which reinterprets the same story through an intimate and subjective emotional lens. This photographic work enters into dialogue with that dimension, adopting a slow rhythm and a fragmented structure.
The series does not aim to illustrate either the real events or the music, but to translate visually a shared condition: the progressive dispersal of identity and the persistence of traces in place of presence.

Una donna è seduta davanti alla macchina fotografica, contenuta in uno spazio neutro e indefinito.
Non recita, non agisce. Attende.
Il suo corpo è visibile, ma già trattenuto — come se qualcosa stesse per scivolare via.
Il lavoro nasce dall’incontro tra una storia reale di assenza e dal modo in cui la fotografia può trasformare la perdita in racconto. Più che ricostruire eventi, le fotografie cercano di rendere visibile uno stato emotivo: la lenta erosione dell’identità, il momento in cui una persona comincia a scomparire senza lasciare traccia.
Le immagini si susseguono in silenzio.
Frammenti del corpo vengono separati dal tutto e riappaiono sotto forma di fotografie istantanee — mani, occhi, oggetti, dettagli. Questi frammenti diventano memorie esternalizzate, parti di sé che non riescono più a restare all’interno. Ciò che era unitario si disperde, si archivia, si sposta altrove.
La macchina fotografica osserva questo processo senza giudizio.
I gesti sono minimi, l’ambiente rimane invariato, il tempo sembra sospeso. La donna è ancora lì, ma la sua presenza diventa sempre più fragile, mediata da immagini di sé piuttosto che da sé stessa.
Non è una storia di scomparsa come evento, ma di scomparsa come condizione — qualcosa che accade lentamente, mentre in apparenza nulla cambia.
A woman sits in front of the camera, contained within a neutral and undefined space.
She does not act, she does not perform. She waits.
Her body is visible, yet already restrained — as if something is about to slip away.
The work originates from the encounter between a real story of absence and the way photograph can transform loss into narrative. Rather than reconstructing events, the photographs attempt to visualise an emotional state: the slow erosion of identity, the moment when a person begins to disappear without leaving visible signs.
The images unfold quietly.
Fragments of the body are separated from the whole and reappear as instant photographs — hands, eyes, objects, details. These fragments function as externalised memories, parts of the self that can no longer remain contained. What was once unified becomes dispersed, archived, displaced.
The camera observes this process without judgement.
Gestures are minimal, the environment remains unchanged, and time feels suspended. The woman is still present, yet her presence becomes increasingly fragile, mediated by images of herself rather than by herself.
This is not a story about disappearance as an event, but about disappearance as a condition — something that happens slowly, while nothing seems to change.
  
  
  
  
  
  
  
  
Il progetto è stato costruito come un processo controllato e progressivo.

Le immagini sono state realizzate mantenendo una coerenza visiva rigorosa: ambienti quotidiani, luce naturale, inquadrature stabili. Lo spazio non cambia, non evolve, non reagisce. A trasformarsi è esclusivamente la figura umana, che perde progressivamente consistenza, peso, centralità.
La dissolvenza del corpo non è affidata a un singolo gesto o a un effetto spettacolare, ma a una stratificazione di immagini. La sovrapposizione di scatti diventa uno strumento narrativo: non una manipolazione evidente, ma una frizione lieve, quasi impercettibile, che introduce instabilità e ambiguità. Il corpo appare frammentato, duplicato, in ritardo rispetto a sé stesso.
Dal punto di vista tecnico, la manipolazione digitale è utilizzata in modo essenziale, come estensione del linguaggio fotografico e non come artificio. Le immagini non simulano una sparizione, ma la costruiscono lentamente, attraverso accumulo, slittamento e perdita di definizione.
La sequenza conduce a una progressiva sostituzione della presenza con lo spazio che la contiene. La figura non scompare improvvisamente: viene assorbita, ridotta a traccia, resa marginale rispetto all’ambiente che continua a esistere.
Questo lavoro riflette sul fatto che la visibilità non coincide con l’esistenza e che una persona può diventare invisibile pur restando fisicamente presente.
Il formato fanzine rafforza questa dimensione: un oggetto intimo e fragile, pensato per essere attraversato in silenzio, in cui la soglia dell’assenza non rappresenta una fine, ma un passaggio. Dopo la dissoluzione, lo sguardo torna verso l’esterno, dove il mondo continua a esistere, indifferente e inalterato.

The project was conceived as a controlled and gradual process.
The images were produced with strict visual coherence: ordinary spaces, natural light, stable framing. The environment remains unchanged throughout the sequence. It does not evolve or respond. Only the human figure undergoes transformation, progressively losing density, weight, and centrality.
The fading of the body is not achieved through a single gesture or a spectacular effect, but through image layering. The digital superimposition of photographs becomes a narrative device: subtle, restrained, almost imperceptible. Rather than declaring manipulation, it introduces friction and instability. The body appears fragmented, duplicated, slightly displaced from itself.
From a technical perspective, digital manipulation is used sparingly, as an extension of photographic language rather than as an artificial intervention. The images do not simulate disappearance; they construct it slowly, through accumulation, slippage, and loss of definition.
As the sequence unfolds, presence is gradually replaced by space. The figure does not vanish abruptly, but is absorbed, reduced to a trace, rendered secondary to the environment that continues to exist.
This work reflects on how visibility does not necessarily correspond to existence, and how a person can become invisible while still physically present in the world.
The fanzine format reinforces this dimension: an intimate and fragile object, meant to be quietly navigated, in which absence does not mark an ending, but a threshold. After the dissolution, the gaze returns outward, to a world that continues to exist, unchanged and indifferent.

Hand. Cannot. Erase.
 Progetto fotografico di Daniele Mantovani
Testi e fotografie: Daniele Mantovani Anno: 2025 - performer Agata Dalla Longa
Manipolazione digitale: sovrapposizione di scatti
Edizione: 2026
Questo progetto è ispirato a una vicenda di cronaca reale e al concept album Hand. Cannot. Erase. di Steven Wilson.
Hand. Cannot. Erase.
 A photographic project by Daniele Mantovani
Photographs and texts: Daniele Mantovani - performer Agata Dalla Longa
 Year: 2025
Digital manipulation: layered exposures
This project is inspired by a real-life news story and by the concept album Hand. Cannot. Erase. by Steven Wilson.
mantozine n.ro 1

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